Rassegna stampa
Gianmarco Tamberi, dall'infortunio all'oro olimpico: quello che fa la differenza è la motivazione
il Dolomiti - 08.06.2026
Si è chiuso nella serata di domenica 7 giugno lo Sport Business Forum 2026. Protagonista dell'ultimo appuntamento un campione di eccezione, Gianmarco Tamberi, oro olimpico a Tokyo 2020, che racconta i cinque anni di cadute e risalite tra l'infortunio prima dei Giochi di Rio 2016 e lo storico abbraccio con il collega Mutaz Barshim ,con il quale ha infine condiviso la sognata medaglia
BELLUNO. "La disciplina è scontata, non può mancare: non puoi pensare che i numeri due, tre, quattro, cinque, non siano disciplinati. Quello che fa la differenza è la motivazione: il mio obiettivo quotidiano è alzare la motivazione. E lo faccio in molti modi: dal portare una Tour Eiffel di Lego al campo prima di Parigi ad aver comprato casse più grandi per avere la musica più forte a caricarmi".
A chiudere il ciclo di appuntamenti con i campioni allo Sport business forum 2026 è Gianmarco Tamberi, accolto dal Teatro Dino Buzzati nella serata di domenica 7 giugno. Tema dell'incontro "Cadere, rialzarsi, volare": Tamberi ha infatti ripercorso la sua carriera sportiva tra l'infortunio alla caviglia nel luglio 2016, che gli negò la partecipazione ai Giochi di Rio di quell'anno, e la medaglia d'oro a Tokyo 2020 (Olimpiadi disputate nel 2021).
"Quello che ho provato durante l'infortunio - spiega - è una delle cicatrici che più mi hanno insegnato e che ho messo diversi anni a far guarire, non tanto a livello fisico quanto da un punto di vista mentale. Avevo lavorato anni per raggiungere l'obiettivo delle Olimpiadi e, a un mese da esse, vedersi portare via in un solo salto tutte le aspettative è stato devastante: non riuscivo più a vedere il futuro".
Tuttavia, dietro l'infortunio non nega anche varie consapevolezze, tra cui "sapere quanto io avrei potuto saltare nella mia vita": il 2016, infatti, è stato anche l'anno del record (suo e italiano) di salto in alto a 2.39 metri. "Da quel giorno - precisa - non ho più potuto battere me stesso. Poi ho comunque costruito una nuova carriera, tanto più bella grazie a quella precedente".
"La prima cosa che ti viene in mente - aggiunge - è "perché è successo proprio a me". Dipende però poi da noi se rimanere fissi su ciò che ci ha buttati a terra o reagire, e ci possono volere una settimana, un mese o cinque anni come per me, complice anche la pausa forzata del Covid, nei quali volevo solo tornare a vincere le Olimpiadi".
E sono stati proprio quei cinque anni a segnare una serie di cadute e risalite, sulle quali si è concentrato il dibattito: dall'infortunio alla prima operazione, andata diversamente da come avrebbe voluto con il rischio di non poter più saltare, fino a una seconda operazione sei mesi dopo, e varie sconfitte e vittorie che si sono succedute fino al sogno olimpico del 1 agosto 2021.
La definisce la giornata, nella quale per l'atletica italiana arrivò un doppio oro: quello di Tamberi e quello di Marcell Jacobs, il cui abbraccio dopo le rispettive competizioni è nella mente di tutti. "Avevo lavorato tanto dal 2016 - rileva Tamberi - a livello mentale, di sonno, di alimentazione, per fare quel salto: la consapevolezza di aver fatto tutto quel lavoro mi ha dato quella di essere il più forte di tutti. Sono un atleta che si allena ogni giorno consapevole di dover raggiungere avversari con capacità fisiche superiori, ma il lavoro è in grado di farti fare cose che, spesso e volentieri, se siamo i più forti non raggiungiamo. Partire un passo indietro e sapere di dover recuperare è sempre stato un vantaggio".
D'altronde, Tamberi ammette di aver lasciato lo sport che amava, il basket, "per vincere le Olimpiadi" perché aveva capito che il salto era lo sport giusto per lui: ma le differenze tra le due discipline non si fermano qui. "La mia caratteristica principale - prosegue - è sempre stata performare meglio nel momento che conta e in questo sport è fondamentale. A differenza di calcio, basket o pallavolo, in cui la costanza è fondamentale e bisogna fare bene ogni weekend, da noi puoi fare schifo tutto l'anno ma se il giorno che conta salti più degli altri, che si tratti di Europei, Mondiali o Olimpiadi, la stagione è andata benissimo. Io non vedevo l'ora di vedere cosa sarei stato in grado di fare nel giorno delle Olimpiadi e, tuttora, la cosa che mi dispiace di più è non sapere quanto avrei potuto saltare in una stagione come quella del 2016".
A Tokyo infine l'oro arriva, e da solo: storico l'abbraccio con il collega, e amico, Mutaz Barshim, con il quale ha condiviso la medaglia. "Nello sport individuale - conclude - una delle cose che mancano di più, venendo da uno sport di squadra come il basket, è che in quest'ultimo, quando vinci, la persone al tuo fianco sta provando la tua stessa emozione, che si moltiplica all'ennesima potenza, mentre nel salto provi gioia da solo. Quel giorno, invece, l'abbiamo condivisa in due".
BELLUNO. "La disciplina è scontata, non può mancare: non puoi pensare che i numeri due, tre, quattro, cinque, non siano disciplinati. Quello che fa la differenza è la motivazione: il mio obiettivo quotidiano è alzare la motivazione. E lo faccio in molti modi: dal portare una Tour Eiffel di Lego al campo prima di Parigi ad aver comprato casse più grandi per avere la musica più forte a caricarmi".
A chiudere il ciclo di appuntamenti con i campioni allo Sport business forum 2026 è Gianmarco Tamberi, accolto dal Teatro Dino Buzzati nella serata di domenica 7 giugno. Tema dell'incontro "Cadere, rialzarsi, volare": Tamberi ha infatti ripercorso la sua carriera sportiva tra l'infortunio alla caviglia nel luglio 2016, che gli negò la partecipazione ai Giochi di Rio di quell'anno, e la medaglia d'oro a Tokyo 2020 (Olimpiadi disputate nel 2021).
"Quello che ho provato durante l'infortunio - spiega - è una delle cicatrici che più mi hanno insegnato e che ho messo diversi anni a far guarire, non tanto a livello fisico quanto da un punto di vista mentale. Avevo lavorato anni per raggiungere l'obiettivo delle Olimpiadi e, a un mese da esse, vedersi portare via in un solo salto tutte le aspettative è stato devastante: non riuscivo più a vedere il futuro".
Tuttavia, dietro l'infortunio non nega anche varie consapevolezze, tra cui "sapere quanto io avrei potuto saltare nella mia vita": il 2016, infatti, è stato anche l'anno del record (suo e italiano) di salto in alto a 2.39 metri. "Da quel giorno - precisa - non ho più potuto battere me stesso. Poi ho comunque costruito una nuova carriera, tanto più bella grazie a quella precedente".
"La prima cosa che ti viene in mente - aggiunge - è "perché è successo proprio a me". Dipende però poi da noi se rimanere fissi su ciò che ci ha buttati a terra o reagire, e ci possono volere una settimana, un mese o cinque anni come per me, complice anche la pausa forzata del Covid, nei quali volevo solo tornare a vincere le Olimpiadi".
E sono stati proprio quei cinque anni a segnare una serie di cadute e risalite, sulle quali si è concentrato il dibattito: dall'infortunio alla prima operazione, andata diversamente da come avrebbe voluto con il rischio di non poter più saltare, fino a una seconda operazione sei mesi dopo, e varie sconfitte e vittorie che si sono succedute fino al sogno olimpico del 1 agosto 2021.
La definisce la giornata, nella quale per l'atletica italiana arrivò un doppio oro: quello di Tamberi e quello di Marcell Jacobs, il cui abbraccio dopo le rispettive competizioni è nella mente di tutti. "Avevo lavorato tanto dal 2016 - rileva Tamberi - a livello mentale, di sonno, di alimentazione, per fare quel salto: la consapevolezza di aver fatto tutto quel lavoro mi ha dato quella di essere il più forte di tutti. Sono un atleta che si allena ogni giorno consapevole di dover raggiungere avversari con capacità fisiche superiori, ma il lavoro è in grado di farti fare cose che, spesso e volentieri, se siamo i più forti non raggiungiamo. Partire un passo indietro e sapere di dover recuperare è sempre stato un vantaggio".
D'altronde, Tamberi ammette di aver lasciato lo sport che amava, il basket, "per vincere le Olimpiadi" perché aveva capito che il salto era lo sport giusto per lui: ma le differenze tra le due discipline non si fermano qui. "La mia caratteristica principale - prosegue - è sempre stata performare meglio nel momento che conta e in questo sport è fondamentale. A differenza di calcio, basket o pallavolo, in cui la costanza è fondamentale e bisogna fare bene ogni weekend, da noi puoi fare schifo tutto l'anno ma se il giorno che conta salti più degli altri, che si tratti di Europei, Mondiali o Olimpiadi, la stagione è andata benissimo. Io non vedevo l'ora di vedere cosa sarei stato in grado di fare nel giorno delle Olimpiadi e, tuttora, la cosa che mi dispiace di più è non sapere quanto avrei potuto saltare in una stagione come quella del 2016".
A Tokyo infine l'oro arriva, e da solo: storico l'abbraccio con il collega, e amico, Mutaz Barshim, con il quale ha condiviso la medaglia. "Nello sport individuale - conclude - una delle cose che mancano di più, venendo da uno sport di squadra come il basket, è che in quest'ultimo, quando vinci, la persone al tuo fianco sta provando la tua stessa emozione, che si moltiplica all'ennesima potenza, mentre nel salto provi gioia da solo. Quel giorno, invece, l'abbiamo condivisa in due".