Rassegna stampa
Sport Business Forum il coraggio di saltare oltre il racconto banale
Messaggero Veneto - 06.06.2026
Chiuse le porte del teatro Buzzati di Belluno, mi ritrovo a salire su un van con un gruppo di persone che ha lavorato insieme a me per realizzare lo Sport Business Forum e una cosa mi appare subito evidente: sono il più vecchio all’interno del furgone. Ho 52 anni e cerco di tenermi dignitosamente in forma, mettendo sempre un paio di scarpe da corsa ogni volta che faccio la valigia, ma il divario anagrafico è innegabile, con un’età media che – escludendo me – è inferiore ai 30 anni. Altro dato da sottolineare: sul nostro mezzo come in tutto lo staff ci sono più donne che uomini. Questa premessa è un tributo a chi ha lavorato per realizzare lo Sport Business Forum e, al tempo stesso, è uno spunto per riflettere su tutto quello che ruota intorno a questo evento che tra Trieste, Treviso e Belluno ci ha portato nelle piazze, nei centri sportivi, nelle biblioteche e, infine, a teatro.
Prima di tutto: parlare di sport non è un affare da uomini. Lo abbiamo messo in chiaro sin dall’inizio costruendo la nostra squadra: i miei coéquipier (in rigoroso ordine alfabetico) sono Fabrizio Brancoli, Sabrina Grimaldi, Federica Pertile e Alessandra Pizzi. Come si può notare, noi uomini siamo in minoranza. E questo si è tradotto anche nella cura e nell’attenzione nel creare un programma in cui lo sport al femminile è stato raccontato e valorizzato. Ascoltare la voce e osservare i gesti di Ninna Quario, ad esempio, è stato il modo migliore per comprendere da dove siano nate le imprese olimpiche di Federica Brignone: un percorso sciistico matrilineare che insegna come l’amore per lo sport nella maggior parte dei casi nasca in seno alla famiglia, soprattutto in un Paese come il nostro in cui l’attività motoria a scuola è ancora troppo spesso marginalizzata e condizionata da spazi inadeguati.
Quanta strada sia stata fatta sul fronte della parità di genere ce l’ha confermato la stessa Sara Simeoni, che era poco più che una ragazzina veronese quando debuttava – 19enne – ai Giochi di Monaco 1972. Che cosa ha rappresentato questa donna capace di spingersi oltre i due metri (2,01) per lo sport e tutta la società italiana l’ho capito, ancora una volta, da un piccolo episodio. Mentre ce ne stavamo a chiacchierare in piazza del Duomo a Belluno, in attesa dell’inizio del suo incontro, una signora a passeggio con tutta la famiglia si è fermata di colpo riconoscendola. Nonostante i capelli bianchi, c’è una cosa che rende Sara sempre riconoscibile a distanza di quasi cinquant’anni dal suo record del mondo e dal suo oro olimpico: il suo sorriso. All’inizio parlavo dell’età media dello staff dello Sport Business Forum e qui arriviamo al secondo punto, fondamentale: in un Paese senescente e gerontocratico, lo sport può fare da collante generazionale.
Al Trieste Campus erano tanti i ragazzi e le ragazze che ascoltavano in religioso silenzio il dialogo tra Dan Peterson e Bogdan Tanjevic, due ragazzi di 90 e 79 anni, due maestri del basket. E lo stesso attento silenzio c’era nella biblioteca di Belluno mentre Paolo Casarin (che di compleanni ne ha già festeggiati 86) raccontava una vita da arbitro che, seguendo un pallone che rotola, l’ha portato in 121 Paesi del mondo. Esperienze che incantano anche giovani campioni come Elia Barp e Lucia Dalmasso, protagonisti della festa dello sport bellunese che ha portato dentro allo Sport Business Forum l’entusiasmo e la vitalità delle società sportive e dei loro vivai giovanili. Lo sport non ha età perché crea un linguaggio comune tra nonni e nipoti. Ci aiuta a trovare le parole anche nei momenti più difficili cui la vita ti pone di fronte, come ci ha ricordato Achille Polonara.
Lo sport non può e non deve essere ridotto a small talk, a chiacchiera da bar. Si badi bene il Bar Sport è un luogo quasi mitologico: il problema non è dove si parla di sport, ma come lo si fa. È una rivoluzione culturale che si costruisce alimentando narrazione e occasioni di incontro che sono l’esatto contrario dell’aggressività ignorante di certi commenti social. A Treviso Fortunato Ortombina, il sovrintendente della Scala di Milano, dialogando con l’amministratore delegato di Colnago Nicola Rosin, ci ha rivelato una cosa che può suonare sorprendente: rispetto a 40 o a 50 anni fa, ora c’è più gente che va a teatro. C’è voglia di ritrovarsi intorno a uno spettacolo, a un racconto, a una storia. Parlando di teatro ed emozioni non si può che concludere con Federico Buffa e Gianmarco Tamberi, per i quali – per due sere di fila – il “Buzzati” si è riempito in ogni fila di posti. Con l’eco di quegli applausi è più facile mettersi al lavoro per la prossima tappa che porterà lo Sport Business Forum a Gemona, in autunno. Nel frattempo ci attende un’estate ricca di sport, in cui non sentirsi troppo orfani dell’Italia ai Mondiali di calcio. In fondo anche agli Azzurri e al loro prossimo allenatore potrebbe far bene una chiacchierata con Gimbo Tamberi. Per capire che cadere è inevitabile. Rialzarsi è possibile. Volare è il passo successivo.
Prima di tutto: parlare di sport non è un affare da uomini. Lo abbiamo messo in chiaro sin dall’inizio costruendo la nostra squadra: i miei coéquipier (in rigoroso ordine alfabetico) sono Fabrizio Brancoli, Sabrina Grimaldi, Federica Pertile e Alessandra Pizzi. Come si può notare, noi uomini siamo in minoranza. E questo si è tradotto anche nella cura e nell’attenzione nel creare un programma in cui lo sport al femminile è stato raccontato e valorizzato. Ascoltare la voce e osservare i gesti di Ninna Quario, ad esempio, è stato il modo migliore per comprendere da dove siano nate le imprese olimpiche di Federica Brignone: un percorso sciistico matrilineare che insegna come l’amore per lo sport nella maggior parte dei casi nasca in seno alla famiglia, soprattutto in un Paese come il nostro in cui l’attività motoria a scuola è ancora troppo spesso marginalizzata e condizionata da spazi inadeguati.
Quanta strada sia stata fatta sul fronte della parità di genere ce l’ha confermato la stessa Sara Simeoni, che era poco più che una ragazzina veronese quando debuttava – 19enne – ai Giochi di Monaco 1972. Che cosa ha rappresentato questa donna capace di spingersi oltre i due metri (2,01) per lo sport e tutta la società italiana l’ho capito, ancora una volta, da un piccolo episodio. Mentre ce ne stavamo a chiacchierare in piazza del Duomo a Belluno, in attesa dell’inizio del suo incontro, una signora a passeggio con tutta la famiglia si è fermata di colpo riconoscendola. Nonostante i capelli bianchi, c’è una cosa che rende Sara sempre riconoscibile a distanza di quasi cinquant’anni dal suo record del mondo e dal suo oro olimpico: il suo sorriso. All’inizio parlavo dell’età media dello staff dello Sport Business Forum e qui arriviamo al secondo punto, fondamentale: in un Paese senescente e gerontocratico, lo sport può fare da collante generazionale.
Al Trieste Campus erano tanti i ragazzi e le ragazze che ascoltavano in religioso silenzio il dialogo tra Dan Peterson e Bogdan Tanjevic, due ragazzi di 90 e 79 anni, due maestri del basket. E lo stesso attento silenzio c’era nella biblioteca di Belluno mentre Paolo Casarin (che di compleanni ne ha già festeggiati 86) raccontava una vita da arbitro che, seguendo un pallone che rotola, l’ha portato in 121 Paesi del mondo. Esperienze che incantano anche giovani campioni come Elia Barp e Lucia Dalmasso, protagonisti della festa dello sport bellunese che ha portato dentro allo Sport Business Forum l’entusiasmo e la vitalità delle società sportive e dei loro vivai giovanili. Lo sport non ha età perché crea un linguaggio comune tra nonni e nipoti. Ci aiuta a trovare le parole anche nei momenti più difficili cui la vita ti pone di fronte, come ci ha ricordato Achille Polonara.
Lo sport non può e non deve essere ridotto a small talk, a chiacchiera da bar. Si badi bene il Bar Sport è un luogo quasi mitologico: il problema non è dove si parla di sport, ma come lo si fa. È una rivoluzione culturale che si costruisce alimentando narrazione e occasioni di incontro che sono l’esatto contrario dell’aggressività ignorante di certi commenti social. A Treviso Fortunato Ortombina, il sovrintendente della Scala di Milano, dialogando con l’amministratore delegato di Colnago Nicola Rosin, ci ha rivelato una cosa che può suonare sorprendente: rispetto a 40 o a 50 anni fa, ora c’è più gente che va a teatro. C’è voglia di ritrovarsi intorno a uno spettacolo, a un racconto, a una storia. Parlando di teatro ed emozioni non si può che concludere con Federico Buffa e Gianmarco Tamberi, per i quali – per due sere di fila – il “Buzzati” si è riempito in ogni fila di posti. Con l’eco di quegli applausi è più facile mettersi al lavoro per la prossima tappa che porterà lo Sport Business Forum a Gemona, in autunno. Nel frattempo ci attende un’estate ricca di sport, in cui non sentirsi troppo orfani dell’Italia ai Mondiali di calcio. In fondo anche agli Azzurri e al loro prossimo allenatore potrebbe far bene una chiacchierata con Gimbo Tamberi. Per capire che cadere è inevitabile. Rialzarsi è possibile. Volare è il passo successivo.